Small towns and cancer treatment centres: coping with “undesirable” associations?

31/07/2012 § Lascia un commento

Massimo Giovanardi

[For the English version see below]

La parola ‘ospitalità’ e la parola ‘ospedale’ hanno la stessa provenienza etimologica. La prima ha a che fare con le vacanze, il divertimento e il marketing turistico, mentre la seconda ha a che fare col dolore e sofferenza (a volte, per fortuna, anche con la speranza e la guarigione). Iniziare una riflessione con una considerazione sull’etimologia suona spesso arrogante, ma è l’unica strada sensata che ho trovato per partire con il delicato argomento di questo mese.

Spesso mi fermo a riflettere sull’impatto che strutture di assistenza ospedaliera specializzate hanno sui luoghi in cui sorgono. Specialmente se questi luoghi sono di piccole dimensioni. Un impatto che non è tale solo in termini infrastrutturali e di pernottamenti, ma anche di percezione. Nella zona in cui vivo vi sono due piccoli paesi il cui nome appare spesso associato alla cura dei tumori: la piccola cittadina di Meldola, in provincia di Forlì, dove sorge l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (I.R.S.T.). e, in misura minore, il Comune di Cotignola, in Provincia di Ravenna, dove vi è un efficiente servizio di radioterapia.

La presenza di questi centri medici, di fatto, è ciò che rende questi luoghi riconoscibili e noti. Per esempio, se uno cerca su google ‘Meldola’, il terzo sito web che si ottiene è proprio quello dell’IRST. Questo prova senza dubbio l’impatto forte e diretto che la presenza del centro di cure ha sulla rappresentazione del luogo. Forse questo accadrebbe in misura minore se queste due cittadine fossero città di medie dimensioni. Milano, per esempio, ospita un noto centro di ricerche di cura per il cancro, ma questa non è l’unica o la principale associazione con cui la città meneghina viene immediatamente collegata. Certo, né Meldola né Cotignola possiedono risorse simboliche o fisiche tali da divenire oggetti ‘hallmark’ o ‘landmark’ e raffigurare iconicamente e in un lampo i due comuni. Se li hai visitati o se li conosci, è molto probabile che un familiare o un conoscente sia stato curato là. E per molte famiglie che hanno dovuto affrontare una situazione simile il nome di questi due paesi scatena una serie di immagini e ricordi tutt’altro che positivi.

Non intendo essere irrispettoso parlando di branding territoriale in relazione al cancro, ma penso che la presenza di questi centri di cure ci offrano un’opportunità per imbatterci in una insolita ma interessante discussione sulla percezione di questi territori. Più di qualunque altra malattia, forse, il cancro porta con sé un insieme di idee fortemente negative che ruotano intorno alla morte e alla fine della vita sociale e inducono nei pazienti e in chi sta loro attorno un forte carico emotivo molto difficile da gestire. La situazione terapeutica, in particolare, viene rappresentata socialmente in maniera molto cupa a causa delle serie implicazioni che la chemioterapia ha per l’auto-rappresentazione dei pazienti. Ci sono dunque tante domande che sorgono spontanee.

In quale modo queste rappresentazioni sul cancro vanno a ripercuotersi sui piccoli paesi che ospitano le strutture per la cura? Sono esse sempre e comunque non desiderabili per questi luoghi? Il ‘fantasma’ del cancro fuoriesce dalle corsie per andare ad abbracciare ciò che vi sta intorno? Potrebbe una ‘narrativa della speranza’ incentrata sulla guarigione prevalere sulle narrative più negative legate alla fine della vita e connotare positivamente questi paesi come luoghi della rinascita? Questa linea di pensiero sulle associazioni “indesiderabili” che un luogo può vantare (o osteggiare) è quanto di più lontano si possa avere rispetto ai discorsi tradizionali sulle qualità “desiderabili” che la maggior parte delle città europee dice di andar cercando, come la creatività, la sostenibilità, l’apertura mentale e così via. E credo anche che sia molto più interessante.

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The word ‘hospitality’ and the word ‘hospital’ share the same etymology. The former deals with holidays, fun and destination marketing, the latter with sorrow and pain (sometimes, fortunately, also with hope and recovery). Beginning my reflections with some considerations about etymology sounds often arrogant, but it was the only way that I found to start talking about the delicate topic of this month.

I often find myself thinking of the impact that specialised medical care facilities exert on their hosting places, especially if these places are of small dimension. This impact is noteworthy not only in terms of infrastructures or overnights, but also in terms of perception. In the area where I currently live there are two small towns whose names are often associated with cancer treatment. Meldola, in the Forlì Province, which hosts the Romagna Scientific Institute for the Study and the Treatment of Cancer” and, to a smaller extent, Cotignola, in the Ravenna Province, where an efficient service of radiotherapy is available.

The presence of these medical centres actually put the two towns on the map. For example, if you google ‘meldola’, the third result you get is the official site of the cancer medical centre. This is certainly proof of the strong influence that the cancer treatment hospital has on the representation of the place. Maybe, this would happen to a smaller extent if these towns were medium sized cities. Milan, for example, hosts a well known cancer treatment centre, but it is not the only (or the main) image that the city is immediately associated with. By the way, neither Meldola nor Cotignola possess other symbolic or physical resources able to work as ‘hallmark’ or ‘landmark’ objects. If you visited them or if you know them, this is likely to be due to the fact that you had a relative who was a patient there. And for many families which had to cope with that situation, the name of these towns recall anything but good memories.

I do not want to be disrespectful by speaking about place branding in relation to cancer treatment, but I think that the presence of cancer treatment medical centres in these little towns offer us an opportunity to engage in an unusual but interesting discussion about the perception of these places. More than any other diseases, maybe, cancer brings with it a set of strong negative associations dealing with death and the end of a social life, and load patients and their families with a considerable emotional charge and a heavy stress. The therapeutic situation, in particular, has strong social representation due to its severe implications for self-image. These are therefore many questions that I have come up with.

How do these symbols and representations about cancer result in affecting the small places hosting cancer treatment medical centres? Are these associations always undesirable for these places? Does the ‘spectre’ of cancer go out from the hospital and sneak into the surroundings? What do the dwellers think about the presence of medical centres? Could maybe a hope-narrative about recovery prevail over the negative one and positively connote those place as place of rebirth? This line of thought about the “undesirable” associations that a place can hold (or fight against) is thousands of miles away from the traditional discourses on the “desirable” qualities which most European cities claim to be looking for, such as creativity, sustainability, open-mindedness and so on. And, I think, it is much more interesting.

 

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